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Sopravvivere

Fa caldo da queste parti, e si mangia poco.
Mi rendo conto solo ora cosa significa patire le pene dell’inferno.
Le mosche sono fastidiose, forse di più delle zanzare. Fra i due mali…
Ti vedo stanco, piccolo, ma stanco. Non ti aspetti niente dalla vita, ma qualcosa cerchi.
Vedo che continui a vivere, che a sopravvivere ci pensa tuo fratello…

Comincia la giornata con la solita telefonata ad Angelo (il regista) per organizzarci sull’ orario di partenza. In parecchi sanno la notizia e mi chiedono cosa stessi provando io rispondo a tutti con la stessa frase: “Fa caldo”. Mi incontro con angelo e gli altri in piazza, dopo un caffè rapido e qualche ritardatario. Dopo un cammino tortuoso e lungo, conferma del fatto che l’italia è un paese di non automobilisti, arriviamo a Giffoni vallepiana, anche se per arrivarci non abbiamo attraversato di certo una valle piana.

Mi riprendo dalle curve e dalla fatica di ritrovare un posto in cui parcheggiare l’auto e ci avviciniamo all’evento. Li, incontriamo gli altri della produzione, tutti impazienti di poter entrare. L’inesperienza di alcuni della produzione, che ci accompagna dall’inizio di questo viaggio, e ci lascia con un problema per i pass, ma questa diventa una situazione superabile. Non so cosa ci si aspetta in un posto come questo, vedo intorno a me tanti ragazzi che sembrano essere in vacanza e lontani da tutti i loro problemi. Entriamo in una grossa sala ormai già piena di ragazzi, e ci accomodiamo in una delle ultime file, ma solo per poco peró. Una ragazza dell’ organizzazione ci chiede di alzarci per fare posto ad altri ragazzi della giuria… meglio loro che noi, dalle mie parti sidice, (Dio mio, fa sta buon ‘o re), giudicheranno il nostro corto e credo abbiano diritto più di noi a stare comodi. La proiezione comincia ed io ho il cuore in gola, ai ragazzi piace perché c’è un silenzio in sala da brivido, in fatti alcune le risate sulle battute di Severino si sentono in tutta la sala. Sui titoli di coda parte un applauso che mi colpisce per la naturalezza di come nasce. Il battere delle mani e le grida dei ragazzi mi prendono al cuore, la possibilità di avergli fatto vedere un po’ d’Africa e i bambini dell’ associazione mi ha reso orgoglioso. Credo che un’esperienza del genere possa rimanere una delle più belle cose che ho vissuto. Il resto della giornata passa fra le risate ed i tanti commenti e fuori di un bar con il resto della produzione ed i i nostri amici. Mi lascio alle spalle i diversi problemi che questa produzione ci ha portato, causati dalla presunzione di alcuni, o dalla incoerenza di altri, peró mi sono sentito utile in qualcosa che va oltre. Questo prodotto sarà la testimonianza di un miracolo compiuto ogni giorno a più di 5000 chilometri da qui e che continuerà ancora per molto. Un grazie va a tutti quelli che si sono sacrificati per il progetto e ci hanno fatto compagnia in un viaggio intitolato Jere Jef.

Jere Jef – il teaser

On-line il primo teaser del Cortometraggio Jere Jef in concorso al Giffoni film festival.

Una regia di Angelo Mozzillo, con la direzione della fotografia di Vittorio Errico, le musiche di Emilio Di Donato, montaggio di Edoardo Di Sarno, produzione esecutiva di Angelo Agnisola, soggetto di Angelo Agnisola e Angelica Del Vecchio, e con la straordinaria partecipazione di Marcello Colasurdo.

Un prodotto girato tra l’Italia ed il Senegal in favore dell’associazione I bambini d’Ornella e prodotto da Caserta Musica e Arte in collaborazione con DINO film and video factory, supportato dalla Scuola di Alta Formazione Arte e Teologia della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sez. San Luigi e dal Giffoni Film Festival.

Vorrei poter dare uno sguardo a ciò che sta dentro chi mi ascolta, ma vedo tutto buio.
Mi chiedo perché sei davanti a me e ritrovi lontano anni luce.
Vorrei scoprirti in fasce ed augurare alle acque che ti portino lontano.
Vorrei colmare il tuo spirito con la terra rossa di un tempo.
Entra nella mia stanza di notte e rapiscimi, scappa con me lontano per amarmi.
Voglio il sole che mi asciughi le lacrime, voglio la luna che ci guardi fare l’amore.

Scritta in una notte di pura follia Africana…

Arrivederci Africa

Lasciare un posto sembra sempre una tragedia. E forse quello che faccio oggi lo sarà ancora di più. Qui ho ritrovato qualcosa che forse avevo smarrito già da tempo. Circondato dalla fame, dalla povertà più dura, dalla fede per un dio che fosse troppo lontano, mi pare di sentirmi comunque a casa.

Troppo poco il tempo per cominciare a vivere una vera avventura, troppo quello per guardare questa terra da turista. Non siamo rimasti tanto tempo qui, ma sembra di aver vissuto tutto in fretta e col massimo della passione. Vorrei poter avere più tempo da dedicare a questi bambini, vorrei avere del tempo per poter essere una spalla forte per Seve come lo è Baba. Credo che però anche dall’italia si possa fare molto per loro. Forse questo potrebbe essere l’impegno più grande e forse poche di quelle cose che ci siamo prefissati di fare arriveranno al termine. Per questi bambini è importante che ci sia qualcuno che li curi, e per quel qualcuno è importante che ci siano persone come noi che li sostengano. Guardo dal finestrino del pulmino sgangherato un villaggio che dorme ancora, penso alle lacrime di Severino e provo ad immaginare questo posto senza questo gruppo di “bianchi” in giro con la telecamera a dirigere il traffico oppure a spostare oggetti. Provo ad immaginare in posto lontano da qui ancora da scoprire e in un attimo ricordo la scena che vedevo dai vetri di questo stesso furgone quando siamo arrivati. Questi posti cambieranno poco in futuro e sono convinto che anche le persone facciano la stessa cosa.
Credo sia questa la salvezza del Senegal.

Dalla strada, camminando a piedi, si cominciano a sentire le voci di questi bambini che giocano nel cortile. La struttura del centro si presenta come una grossa fortezza marrone. Sembrerebbe quasi che non la potesse buttare giù neanche la più malvagia delle menti. La forza che ci è voluta per costruirla la tiene in piedi, ed in piedi la tiene un angelo da la su…

Arriviamo all’ingresso del centro, il vento stamattina è molto forte, ma i bambini non sembrano farci caso. Ci hanno messo poco tempo per abituarsi a noi. In parecchi sono incuriositi dalla mia macchina fotografica. Si mettono in posa per farsi scattare una foto e poi vogliono vederla dal display. La felicità di questi bimbi è eccezionale. Mi sento accarezzare le braccia, mi tengono per mano, alcuni si stringono a me e non mi molla o neanche quando cammino. Mi sembra strano che questi piccoli diavoletti mi facciano sentire una persona importante. Basta poco che per loro diventi un riferimento, ti osservano, studiano il tuo modo di parlare, imitano i tuoi gesti. Sanno che vieni da molto lontano e questo li incuriosisce. Con loro improvviso i giochi più semplici, Ne prendo uno per le mani e comincio a ruotare su me stesso, questa cosa lo diverte molto e diventa una vera e propria attrazione per gli altri. Non c’è niente qui e bisogna ingegnarsi con poco a disposizione, per giocare questi bambini utilizzano corde, sassi, e giochi fatti in maniera rudimentale con rottami e cose simili. Qui è tutto diverso, senza le comodità e le tecnologie di cui siamo abituati. Comincio ad affezionarmi alle cose e alle persone che trovo qui. Mi piace il loro modo di vivere e la loro ospitalità. Mi piace che nella loro povertà hanno sempre qualcosa da donarti, da condividere con te.

Pensavo fosse difficile vivere da queste parti ma non fino a questo punto. Dopo 62 ore di attività finalmente un po’ di riposo. Abbiamo finito le giornate dedicate ai sopralluoghi ed ora ci siamo meritati una bella rinfrescata. Solo che c’è un piccolo problema tecnico… non abbiamo acqua. E questo diventa grave soprattutto se ci si mette anche la stanchezza e la mancanza di un secchio. Per fortuna che c’è Dino. Dopo aver comperato un secchio, decidiamo di riempirlo con la riserva che prendiamo dal cortile delle nostre abitazioni, e a rotazione utilizzare la poca acqua che c’è per lavarci. Mi sento catapultato indietro nel tempo, in uno di quei ricordi che mia nonna mi raccontava, quando si parlava della sua infanzia. La condivisione in situazioni estreme può essere una cosa importante, e noi per fortuna lo facciamo alla grande. La nostra squadra non si ferma davanti a niente. Domani gireremo le prime scene e già mi sento meglio. In fondo siamo venuti qui per portare avanti un bel progetto e dobbiamo avere la forza di portarlo avanti.

Arriviamo finalmente a Dakar, dove ci aspetta un omino con la barba bianca, accompagnato da due angeli neri. Questo signore è il protagonista di un sogno, è forse una delle persone che ognuno di noi dovrebbe essere. La grandezza e la generosità di questa persona, che con molta umiltà e un sorriso speciale, mi si presenta davanti agli occhi, per un attimo mi fa dimenticare tutto quello che mi circonda.

Intorno a noi no c’è il panorama di una città esotica che ti accoglie con qualche signorina carina, e un garzone che ti porta le valigie in macchia. Mi ritrovo immerso in un luogo impregnato di tristezza. Mi si parano davanti un gruppo di persone che cercano a tutti i costi di portarmi le valigie, e in cuor mio, non credo che lo facciano per portarle in macchina.
Più avanti troviamo un furgoncino, che all’apparenza, mi pare più grande dell’aereo sul quale abbiamo viaggiato, e di gran lunga più affidabile.
Arrivando al furgone la folla di uomini che cercano di prenderci le valigie aumenta e d’improvviso vedo che , l’omino con la barba bianca comincia una trattativa spietata che lo porterà a diventare furioso nei confronti di uno di loro. Non credevo che un uomo cosi pacifista potesse essere cosi irruento e riuscire a tenere testa a uno alto più di lui.
Il viaggio da Dakar a Yene Kelle è lungo e di notte forse sembrerà interminabile. Dal finestrino riesco a vedere le case e i negozi di questa città che sembra fermata in un tempo ormai passato. Le abitazioni non superano mai i due piani, forse i due piani se li possono permettere i più ricchi.
Ai bordi di questa grande strada troviamo parcheggiate tante auto e parecchie di queste mi danno la sensazione che siano li da una vita, ferme ad aspettare un proprietario che le potesse utilizzare.

Ogni volta che si parte per un viaggio si ha sempre la sensazione che qualcosa potrebbe non funzionare, o che quando sei li non potresti risolvere i tanti problemi che ti si parano davanti. Vorresti portarti dietro di tutto, per non perdere le comodità che hai.
Un ultimo resoconto prima di partire dallo studio di Dino per capire se nelle troppe valigie c’è tutta l’attrezzatura e gli oggetti che ci servono. Dopo l’ennesima lista ripetuta mentalmente, si parte per questo lungo viaggio.

L’arrivo a Caserta ci fa conoscere tre nuovi compagni di viaggio. Prima di incastrarci tutti in due macchine salutiamo per un ultima volta chi ci sta sempre vicino e ci accompagna in ogni posto.
Difficile staccarsi da chi ti vuole bene, pensando che forse quell’avventura che stai per fare la potresti condividere con chi ti sta sempre vicino.
Il viaggio verso Roma ci fa capire, ancora una volta che una donna al volante è sempre pericolosa, ed è anche pericoloso stare dietro a chi guida per 300 chilometri, a 100 kmh. Viaggiamo stretti per le troppe valigie, e per l’auto troppo piccola, ma con la voglia di scoprire cosa ci sia dall’altra parte che ci aspetta.
L’aeroporto si presenta con un parco pieno di giganti strutture, tutte venute da un film. Mi pare di stare in un posto magico che anticipa un viaggio verso un altro pianeta. Dopo un breve spuntino fatto con il famoso panino con la cotoletta, che ha sempre lo stesso sapore ovunque tu vada. Ci incamminiamo per arrivare nel settore dell’imbarco. Scopriamo che l’aereo sul quale viaggeremo è più che altro un pulman con le ali, ma questo non ci scoraggia. Invece, ci scoraggia il fatto che abbiamo effettuato già tre controlli, e ne faremo degli altri lungo tutto il percorso. Un entrare ed uscire da aeroporti dove non ti è possibile imbarcare oggetti che possono creare dei danni o mettere a rischi la sicurezza dei passeggeri, ma puoi tranquillamente comperare di tutto all’interno dell’aeroporto sesso. Alla faccia del sistema di sicurezza!
Finalmente dopo l’ennesimo controllo, ci si imbarca. Il mio posto da numerazione capita vicino al finestrino e come al solito sull’ala. La prima sensazione è che l’aereo, presentandosi in una condizione di degrado estetico, non possa arrivare all’atterraggio.
Il seguito dimostrerà che le nostre sensazioni sono giuste…

© Vittorio Errico – info@vittorioerrico.it – p.iva: 03848070615