Stamattina, mentre camminavo in macchina, mi sono accorto di un gruppo di persone ferme nel bel mezzo di una rotonda. Pensavo fosse un’incidente…poi ho scoperto lo spettacolo atroce. Sono sceso e mi sono avvicinato. Una ragazza ha trovato al centro della carreggiata un cane ormai in agonia per terra di sicuro investito da qualcuno che non si è degnato nemmeno di fermarsi.

Questa ragazza e le persone che stavano con lei hanno cominciato a telefonare il mondo. Letteralmente il mondo! Perché si doveva fare presto e si doveva trovare una soluzione subito. Hanno chiamato L’ASL, Il comune di Succivo, la Polizia Municipale, la Protezione animali, il numero di Emergenza Ambientale, i Carabinieri. Ogni telefonata portava ad una non risposta e quelle poche risposte erano tutto un continuo scaricabarile. Intanto quel povero cane stava a terra, agonizzante respirando a malapena e con gli occhi fissi nel vuoto.
Questa ragazza, in un continuo telefonare e riagganciare, si sentiva dire frasi tipo: “devi inviare una PEC”, “non devi chiamare noi ma quest’altro numero”, “non possiamo intervenire perché il cane potrebbe trasmettere il COVID”. Si avete letto bene… ad un certo punto una signora, abbastanza stizzita dalla telefonata le ha esclamato queste parole.

La ragazza era in lacrime…sfido chiunque a sentirsi sbattere tutte queste porte in faccia. Abbiamo deciso di caricarlo in macchina per portarlo da un veterinario. Ci sembrava la cosa più giusta da fare. Avevamo il dubbio che soltanto toccandolo o spostandolo potevamo aggravare la cosa, ma ci sembrava una cosa da fare. Dovevamo capire come fare, cosa prendere per creare una portantina con quello che avevamo.
Poi… il silenzio. Ci si palesa davanti agli occhi quello che tutti noi non volevamo. Il cane ha smesso di respirare, finendo così i suoi giorni…in quella maledetta rotonda fra le lacrime di chi voleva salvarlo e la rabbia di chi non ha potuto farlo.
La sensazione di impotenza mi è rimasta addosso per tutto il giorno. Le lacrime di quella donna. La voce tremante della ragazza che gli stava accanto. La rabbia di un ragazzo che non ha potuto fare nulla. Il dispiacere negli occhi del contadino che è arrivato dopo poco e che ha scoperto tutto, un uomo che sfamava quel cane e che ci ha raccontato come lo avesse accudito, come lo avesse considerato suo.
A questo punto mi faccio delle domande.
Chi lo ha investito sa cosa sia successo? Conosce la storia di un cane che ha scavato sotto la recinzione di un terreno per cercare casa e l’ha trovata? Conosce quello che ha lasciato sopra l’asfalto stamattina, incurante delle conseguenze? Come potremmo cambiare tutto questo?

Dovremmo trovargli un nome. Almeno potremmo chiamarlo per nome e non semplicemente “un cane”.