Superficiale da poco

Una fila di albi di Dylan Dog

Ricordo che da piccolo lessi un numero di Dylan Dog. Di quella storia, mi ricordo un gatto che guardava sempre l’intercapedine che si creava fra un mobile ed un muro di una cucina. Solo alla fine della storia, si deciderà di spostare il mobile e scoprire che dietro si cela una fessura un buco in un muro, e nel buco c’è il vuoto. Un vuoto che cattura l’anima e porta alla morte. Perché questa storia? Perché ho visto quel vuoto. Il vuoto di chi, in maniera effimera, colloquia con chi ha di fronte. Un vuoto che crea una dipendenza della tendenza, che si lega al taglio di capelli, alla vacanza trascorsa in quel posto, lo stesso che conoscono tutti perché se vai in vacanza vai là. Perché chiedersi in che mondo viviamo, quale guerra sta per succedere, come possono le persone sopravvivere alla fine del mese? Piuttosto mi chiedo perché il mio barbiere, che ho pagato venticinque euro, riesce a farmi un taglio di capelli meglio dell’altro, lo stesso taglio che tutti hanno, ma che a me si viene meglio. Bello! Mentre ti parlo me li tocco, i capelli, mi accarezzo la chioma stupenda che si sposa benissimo con l’abbronzatura, che a sua volta sta benissimo sulla camicia fatta su misura, e sul pantalone modello capri nato per essere messo sopra l’ultimo modello di hogan. Il vuoto. In torno a me c’era il vuoto, come in un altro universo, e le stelle che mi giravano in torno parevano vicinissime, grandi, così vicine quasi da toccare, ma se allungavo le mani mi rendevo conto che quella che avevo di fronte era un’illusione.

Foto: Nicholas Gemini, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.