Ogni anno è ormai certo che intorno alla metà di giugno una tappa fondamentale, per me, è la Festa della Tammorra.
Uno di quei pochi eventi che riescono a tenere testa quello che amiamo definire progresso.
Parcheggiando l’auto in una zona lontana, proseguo a piedi per il corso del paese, le prime bancarelle del torrone e leccornie varie mi lasciano intendere che quella è la strada giusta.
Imboccata la strada, comincio a sentire il suono inconfondibile delle tammore, e la costante melodia delle fisarmoniche e delle ciaramelle. A percorrere la strada con me un gruppo di ragazzi, che parlano della serata trascorsa il giorno prima e delle danze fatte fino allo sfinimento.
Allo scorgere della piazza, i miei occhi si posano sulla folla di gente che invade ogni piccolo spazio. Vecchi, giovani, bambini, un mare di uomini e lo scrosciare inconfondibile delle naccere battute sugli scogli della musica. Ad arginare questa folla ordinata e folta, le bancarelle dei venditori ambulanti, tutte ad affacciare verso il centro della piazza.
Il palco si presenta semplice e senza pretese tecnologiche, in fondo a cosa serve tutto l’eccesso degli spettacoli moderni, quando si ha una tammorra, una chitarra ed un bicchiere di vino.
Donne anziane e giovani ballano fianco a fianco al ritmo incessante portato dai musicisti che si susseguono, senza mai lasciare un vuoto, quasi a non voler fermare il moto perpetuo della musica.
Vorrei poter fermare il tempo e potermi perdere fra le braccia agitate all’aria ed il sudore della fronte di uomini che corteggiano e donne che ammaliano. Non riusciamo a capire più da dove veniamo e dove vogliamo andare. Non possiamo andare avanti senza ricordare cosa fossero i tempi di una volta e questa piazza ne è la prova.
Vedo fra la folla un’anziana signora che mi invita a ballare, io le faccio cenno di no dicendole che non so ballare, e lei con un sorriso ed il volto che le gronda di sudore mi dice: -“non c’è bisogno di saperlo fare, tu tieni le gambe e ti mantieni inpiedi, devi solo muoverti e saltare”.
Un uomo sul palco, con voce autoritaria invita tutta la gente della piazza a formare un cerchio.
Cominciata la musica compaiono nel mezzo di questo grande abbraccio due figure.
Una è un anziano signore vestito di bianco, quasi a sembrar la figura di pulcinella. Il suo sorriso è sconcertante. Come fa un uomo della sua età a muoversi in quella maniera e rimanere impassibile alla stanchezza?
L’altra figura si presenta con un vestito di brandelli di stoffa. Tutte -pettoline- di stoffa colorata ed il cappello altrettanto colorato. Una maschera di vecchio usata per coprire il volto. Arlecchino mascherato da vecchio, interpretato da un saggio anziano.
Due anime venute dal passato che mettono insieme in un unico abbraccio centinaia di donne e uomini, che si alternano, si sfiorano, si mescolano nella musica. Con i volti bagnati dal sudore e la voglia di vivere, questi due vecchietti danno un calcio alle differenze ed ai pregiudizi, facendo della tradizione l’ingrediente fondamentale della fratellanza.
