Venere degli stracci a Napoli: Le istituzioni potevano fare di meglio

Dopo aver scritto un articolo sull’atto vandalico fatto alla “Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto installata in piazza Municipio a Napoli, mi sono posto una di serie di domande.

Le istituzioni avrebbero potuto fare di meglio per riuscire a far accogliere un’opera come questa?

È giusto pretendere che un pubblico più ampio capisca un opera di non facile lettura?

Prima di addentrarci nell’argomento, però vorrei pormi una riflessione su quando un’opera di arte contemporanea viene installata in un luogo pubblico e di libero accesso da tutti.

perché per me, esistono due processi che anticipano la visione di un’opera d’arte:

1. Io entro in un museo e sono predisposto ad osservare dei lavori che potrebbero suscitare in me un punto di domanda.

Una “Reazione” perché l’arte, secondo me vive di reazione. E questo è lecito e quasi naturale.

2. Quando questo processo cambia direzione, quindi l’arte entra, irrompe nella vita delle persone, allora li bisogna stare molto più attenti.
Aldilà della sregolatezza del luogo perché le luci non sono studiate, e gli spazi hanno delle influenze estere come rumori o vincoli visivi diversi da uno spazio convenzionale come di un museo.

Quindi non tutti i progetti si possono adattare a questi criteri.

Ora…facciamo un esempio:

Io sono a Napoli, una città che viene spesso denigrata e considerata la città della “Munnezza”.

Credetemi vengo sempre colpito da queste parole.

Io scendo in piazza per andare a prendermi un buon caffè e trovo questo cumulo di stracci ammassati davanti a una bellissima statua bianca.

Ora, non voglio essere linciato per questo discorso, però è un attimo che nella mente di un cittadino qualunque possa venire fuori una reazione di dissenso.

Anche perché, citando le parole stampate su un pannello che ho visto li nella piazza, che c’è una sorta di dualismo fra quello che è il bello ed il brutto, le costruzioni e le macerie, e quindi queste due facce di Napoli.

Ora non voglio criticare queste parole, però sono state le parole che di sicuro, ha letto chiunque sia passato in quel momento davanti a quell’opera, in quella piazza.

Ma qui parliamo del fatto che un’opera viene piazzata li e “quasi” obbliga l’osservatore ad essere vista. Non dico che stiamo violentando una giornata ad un passante che aveva voglia quel giorno di andare a bere un caffè…questo no. Ma bisogna prenderlo in considerazione.

Quindi, in questo caso chi decide di procedere con un progetto del genere ha l’obbligo di porsi queste domande e dissipare tutti i dubbi che possano mai venire.

Basta con l’idea che un concetto dietro un’opera debba essere capito solo da pochi e provvediamo a rendere semplice la comunicazione dei concetti artistici a tutti quelli che la osservano.

Spesso si dà spazio alla pubblicità dell’avvenuto progetto, alla notizia che Pistoletto abbia installato un’opera a Napoli

Perché non sensibilizziamo il territorio con una campagna dei comunicazione che racconti il motivo della realizzazione di quell’opera, il messaggio che c’è dietro a quell’opera stessa?

Qui il concetto alla base è abbastanza chiaro nella mente di Pistoletto, e credo che il suo desiderio di comprensione dell’opera avrebbe dovuto prevaricare sull’idea narcisistica di dare una paternità all’opera stessa o al progetto intero.

Mettiamo i sottotitoli ad un film per farlo capire a tutti, utilizziamo il linguaggio dei segni per i non udenti, perché non mettiamo, a questo punto, i sottotitoli ad un opera d’arte? E magari, come in questo caso, in napoletano.

Oppure potremmo mettere un monitor con un attore napoletano, che mi racconti il concetto in lingua napoletana come se ad ascoltare ci fosse un bambino di 3 anni.

Parlo di questo argomento in maniera più esaustiva in un video sul mio canale youtube. Scrivimi nei commenti la tua idea al riguardo.